* *
*
Villa Orizzonte - Accesskey: h * Villa Orizzonte * *
Homepage > L'archivio della memoria > 26° Premio Pieve

Premio Pieve

ventiseiesima edizione


programma della manifestazione

10-12 settembre 2010


i linguaggi della memoria



In questa edizione del Premio Pieve abbiamo pensato di dare spazio e voce a nuovi linguaggi della memoria. 

Pur rivendicando la sua tradizione di Archivio di memoria scritta, l'iniziativa di Pieve Santo Stefano riconosce il valore e l'importanza di altre forme di raccolta che ha direttamente sperimentato grazie ai due progetti European memories e Voci migranti ospitati nel programma 2010.

Nel primo si raccolgono le storie di cittadini europei, donne e uomini di ogni età e provenienza culturale in un archivio digitale: sono racconti scritti, audio video e fotonarrazioni messi a disposizione di tutti nel sito europeanmemories.eu. A integrazione del progetto europeo si segnala il workshop che si terrà a Pieve dal 7 al 12 settembre, seguito da venti partecipanti di diverse nazionalità. Nel secondo si raccolgono in video le testimonianze di migranti che vivono in Valtiberina scegliendo una modalità più immediata e semplice per il loro racconti di vita, rispetto alla scrittura. Il materiale raccolto ha ispirato la realizzazione di un documentario che viene presentato a Pieve in anteprima e ha dato vita a un laboratorio teatrale migrante che sarà presentato nell'ambito del workshop. 


Il Premio Pieve offre occasioni di incontro e confronto con altre esperienze di raccolta della memoria che utilizzano nuovi linguaggi, come quella de La banca della memoria di Torino o il progetto appena lanciato da Slow Food, I granai della memoria. È un'edizione che ospita anche i linguaggi più classici attraverso i quali la memoria si esprime, come la scrittura, il teatro, il cinema. 

Ci saranno figli testimoni della memoria dei loro padri, una mostra fotografica con i racconti di vita in parallelo di bambini rumeni e pievani, la presentazione della rivista dell'Archivio Primapersona, completamente rinnovata, che dedica il primo numero della nuova serie alla memoria. Fra i diari che diventano libri, la vincitrice della passata edizione, Sabrina Perla con il suo struggente Die Katastrophe (Terre di mezzo), i titoli della nuova collana Storie italiane, realizzata con il Mulino di Bologna, la collaborazione con il Premio LiberEtà, il secondo numero della collana Autografie (Forum Edizioni). 


Ma l'edizione 2010 segna anche l'avvio di un progetto innovativo dell'Archivio dei diari, che si chiama Impronte digitali e ha l'ambizione di trasformare in formato digitale tutto il patrimonio della Fondazione di Pieve, partendo dalla digitalizzazione del pezzo più importante della collezione, il Lenzuolo a due piazze di Clelia Marchi, navigabile riga per riga dal pubblico del Premio Pieve. 


Fra i molti nomi presenti a Pieve per questa edizione - che scoprirete leggendo il programma - segnaliamo quello di Mario Dondero, amico di lungo corso dell'Archivio dei diari che in questa edizione riceve il premio Città del diario. La sua straordinaria capacità di raccontare storie e persone lo rende il destinatario ideale di questo premio: "A me le foto interessano come collante delle relazioni umane, o come testimonianza delle situazioni. Non è che a me le persone interessano per fotografarle, mi interessano perché esistono". 




lunedì 6 settembre ore 12,00

conferenza stampa

Firenze, Regione Toscana, Palazzo Strozzi Sacrati

Piazza del Duomo, 10 


intervengono


Albano Bragagni

Sindaco del Comune di Pieve Santo Stefano

Presidente dell'Archivio diaristico


Cristina Scaletti

Assessore alla Cultura della Regione Toscana 


Rita Mezzetti Panozzi 

Assessore alla Cultura della Provincia di Arezzo


Natalia Cangi 

Direttrice organizzativa dell'Archivio diaristico


verrà presentato il progetto 

Impronte digitali 


saranno presenti

Camillo Brezzi, Direttore scientifico dell'Archivio diaristico

Leonardo Bassilichi, Direttore generale della Bassilichi Spa

Fabrizio Raffaelli, Direttore dell'Agenzia per il Turismo di Arezzo

Francesca Calchetti, Vice Presidente della Comunità Montana Valtiberina Toscana






dal 7 al 12 settembre

fuori programma

vari luoghi 


Memoria viva in Europa

workshop



Nella settimana dal 7 al 12 settembre si terrà il workshop Memoria viva in Europa riservato a venti partecipanti provenienti da vari paesi europei, finanziato dalla Commissione Europea, Lifelong Learning Programme.

Il programma del workshop prevede: esercitazioni di scrittura autobiografica; approfondimenti sulle metodologie autobiografiche come pedagogia degli adulti, cura di sé e cittadinanza attiva; analisi dei diversi linguaggi dal testo al video, dall’audio alla fotografia; introduzione ai metodi di drammatizzazione delle narrazioni di sé come forma di restituzione collettiva. 

Gli incontri coordinati da Andrea Ciantar (Unieda) vedranno la partecipazione dei membri europei del progetto European memories e daranno conto anche di altre esperienze, grazie ai contributi di: Ginetta Fino, Sara Lusini, Silvia Martini, Luca Piergiovanni, Gruppo Asintas e gruppo Video Storie-In-Circolo.


Sono previste visite all’Archivio diaristico e alla Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari.


venerdì 10 settembre ore 15,00

Chiostro dell’Asilo Umberto I

Narrazione e scrittura di sé come una forma di cittadinanza attiva in Europa

esperti di scrittura autobiografica a confronto

incontro aperto al pubblico 




da martedì 7 settembre

esposizioni

all'interno del Palazzo Pretorio mostre ed esposizioni legate all'Archivio dei diari e alle storie di vita


Il tesoro dell'Archivio

esposizione dei diari manoscritti

a cura di Cristina Cangi


La mia inquadratura

Pieve Santa Panchu

mostra fotografica a cura di Sara Lusini


Impronte digitali

il Lenzuolo di Clelia Marchi nell'era digitale

in collaborazione con Bassnet, Fondazione Musei Senesi, Nemes





venerdì 10 settembre ore 18,30

diari che diventano libri

Chiostro dell'Asilo Umberto I° 


L'ombra dei padri

figli testimoni di memoria

incontro con Antonina Atozi, Franco e Giovannangelo Di Pompeo, 

Paolo Lenci, Sabina Rossa 


coordina Camillo Brezzi



Molti dei testi autobiografici presenti nell'Archivio dei diari sono dovuti a figli testimoni di memoria, persone che hanno scoperto intime scritture famigliari e hanno volute condividerle con altri, come hanno fatto i fratelli Di Pompeo.

A volte i figli sono chiamati a tramandare una memoria che i padri hanno direttamente diffuso e difeso, come nel caso di Sergio Lenci, testimone e vittima di un attentato terroristico di Prima Linea nel 1980. In altri sono proprio le scritture e i racconti dei figli a testimoniare le vicende dei padri, snodando in parallelo la loro esistenza all'ombra delle figure dei loro genitori che giganteggiano nei loro ricordi. È il caso di Antonina Azoti, figlia del sindacalista Nicolò Azoti ucciso dalla mafia nel 1946, le cui memorie hanno vinto il Premio Pieve nel 2004. Ed è il caso di Sabina Rossa, figlia dell'operaio e sindacalista ucciso nel 1979 dalla Brigate Rosse e autrice del volume Guido Rossa, mio padre.

Di questo si parla nell'ultimo numero di Primapersona, nell'intervento di Paolo Lenci e in particolare in quello di Camillo Brezzi: “Negli ultimissimi anni grazie a quella che chiamo la letteratura dei figli, i cui genitori sono stati vittime di azioni terroristiche, si è richiamata l'attenzione sulle vittime del terrorismo e quindi si è dato un contributo alla ricostruzione di una fase storica tra le più importanti dell'Italia repubblicana. A partire dal 2007 con l'uscita del libro di Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là, e i più recenti volumi di Umberto Ambrosoli, Qualunque cosa succeda, di Nando dalla Chiesa, Album di famiglia (ma già nel 1984 con Delitto imperfetto, ci aveva indicato una strada…) e, infine, Come mi batte forte il tuo cuore di Benedetta Tobagi, la storia di Walter Tobagi ucciso il 28 maggio 1980, cioè 26 giorni dopo l'agguato a Sergio Lenci. Le ricostruzioni dei familiari delle vittime del terrorismo ricollocano nel giusto contesto quei drammatici eventi squarciando un silenzio che finora era stato occupato, editorialmente, solo dai terroristi”.


Uomini che hanno lasciato impronte e segni e la cui memoria è affidata anche alla rabbia e all’impegno civile dei loro figli che scrivono, ricordano, raccontano.




Fabrizio Raffaelli,

direttore dell’Agenzia per il Turismo di Arezzo

consegna a Sabina Rossa

il riconoscimento "Benvenuta in Toscana" 



segue buffet a cura della trattoria I Romagnoli 





venerdì 10 settembre ore 21,30

cinema e autobiografia

Teatro Comunale 


* MEI [MEIG]

Voci migranti


un documentario di Federico Greco


    Quattro voci diverse da quattro paesi diversi: Tunisia, Argentina, Kurdistan, Marocco. E una quinta, che le raccoglie tutte e le "osserva" da una prospettiva unica. Voci di immigrazione da culture e paesi lontani, tutte legate da un'esigenza: la libertà di vivere la propria vita e comunicare le proprie idee, a costo di sradicarsi con dolore dalla terra di appartenenza. E con un secondo tratto comune: la scelta della Valtiberina come luogo dove ricominciare. Il vocabolario etimologico dice che il termine "immigrazione" proviene dalla radice *MEI [MEIG], cioè "scambio di doni", l'esatto contrario di quanto spesso pensiamo: "loro" non vengono a rubarci il lavoro. Né le donne. Né a imporci una religione diversa. Vengono a raccontarci storie di vite vissute intensamente. Le nostre lo sono altrettanto?

[F.Greco]



Federico Greco è regista di film, documentari e cortometraggi. Nel 1999 realizza "Stanley and Us", un documentario su Stanley Kubrick venduto in tutto il mondo. Il suo esordio cinematografico è del 2004 con "Il mistero di Lovecraft", un mockumentary horror in lingua inglese distribuito da Rarovideo, 01 e Paramount (Spagna). Dal 2001 ha realizzato diversi altri documentari - tra questi "Fuori fuoco" - e cortometraggi - "Liver" - presentati nei più prestigiosi festival internazionali. Ha lavorato come regista free lance anche per la RAI e SKY.

In Valtiberina ha realizzato il documentario "Piero della Francesca e il Polittico della Misericordia". 


Il documentario *MEI [MEIG] 

fa parte del progetto interculturale Vocimigranti





sabato 11 settembre ore 9,30

tavola rotonda

Teatro Comunale 


La memoria, le culture

tavola rotonda


presiede Anna Iuso Primapersona


intervengono


Andrea Ciantar, responsabile del progetto European Memories 

Philippe Lejeune, esperto internazionale di autobiografia

Piercarlo Grimaldi, responsabile del progetto I granai della memoria

Antonio Gibelli, docente di Storia contemporanea

Luca Novarino, responsabile del progetto La banca della memoria

Alessandro Triulzi, responsabile Archivio delle Memorie Migranti - Asinitas


    L'uscita del nuovo numero di Primapersona che si occupa di memoria, il progetto European memories che approda a Pieve Santo Stefano come ultima tappa di un percorso durato due anni, sono occasioni per un confronto sul tema della memoria e delle culture. La tavola rotonda, presieduta da Anna Iuso, esperta di archivi autobiografi europei e vice direttrice di Primapersona, partirà col presentare il semestrale dell'Archivio in una nuova veste curata dall'editore Forum di Udine. 

Si parlerà dunque dei modi classici in cui la memoria si manifesta ma anche delle nuove forme di raccolta di storie. Si parlerà di emigrazione e di nuovi migranti. Si confronteranno le esperienze di lavoro in Italia e all'estero su analoghi temi. 

Il dibattito nazionale e internazionale su memoria e culture vedrà protagonista sia il responsabile del progetto europeo, Andrea Ciantar, sia il massimo esperto di autobiografia del continente, Philippe Lejeune, sia il più famoso studioso italiano di fonti di scrittura popolare sull'emigrazione, Antonio Gibelli, sia Piercarlo Grimaldi che con Carlo Petrini di Slow Food ha fondato il progetto I granai della memoria, sia Luca Novarino della Banca della Memoria di Torino che Alessandro Triulzi, dell'Archivio delle memorie migranti.





sabato 11 settembre ore 12,00

diari che diventano libri

Teatro Comunale


Raccontare di lavoro

Storia di un metalmeccanico meridionale


presentazione del volume autobiografico di Giovanni Mandato


con

Alba Orti, Presidente Giuria Premio LiberEtà

Riccardo Terzi, Segretario nazionale Spi Cgil

Nicola Tranfaglia, Professore emerito dell’Università di Torino

coordina Daniela Brighigni



  Aversa, in provincia di Caserta. Fine anni Cinquanta. Giovanni Mandato vive con la sua famiglia in un basso. Sua madre "era l'unica del vicolo che sapeva leggere e scrivere", suo padre è operaio alla Imam Aerfer di Napoli. Ma all'improvviso il padre muore e Giovanni, su proposta della Commissione interna della fabbrica, lo sostituisce e diventa operaio metalmeccanico a soli quindici anni. Inizia qui il lavoro in fabbrica, partendo da Aversa la mattina alle cinque e rientrando a casa la sera tardi. Una vita faticosa, molto faticosa: con la qualifica di "scaldachiodi" o' scaurachiovo, un lavoro in cui bisognava unire forza, tempismo e capacità. Col passare degli anni le mansioni di Giovanni si fanno più complesse e al tempo stesso cresce l'impegno nella Fiom Cgil per avere migliori salari, per avere sicurezza sul posto di lavoro, per conquistare maggiori diritti, visto che chi portava in fabbrica l'Unità era messo da parte e che i licenziamenti erano improvvisi e immotivati. Con gli occhi di Giovanni rivediamo la stagione entusiasmante tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, quando i consigli di fabbrica ottennero moltissimi miglioramenti sul posto di lavoro e il sindacato nel suo complesso divenne un protagonista della vita politica. Poi l'impegno contro il terrorismo, la mobilitazione per il rapimento di Aldo Moro, la lotta contro ogni forma di autoritarismo. Arrivato a trentatré anni di anzianità decide di andare in pensione, perchè, dice, era giunto il momento di "svecchiare l'azienda, fare entrare nuove risorse umane, i giovani, dargli spazio". E comincia l'attuale fase della vita di Giovanni, nello Spi Cgil, a vivere nuove esperienze, nuovi protagonismi, nuove prospettive. Quanto al passato, Giovanni non solo non lo dimentica, ma afferma: "Se potessi rinascere, rifarei tutto quanto, dall'inizio alla fine!"

vedi la scheda 


sarà presente l'autore, vincitore del Premio LiberEtà 2009 




sabato 11 settembre ore 15,00

diari che diventano libri

Piazzetta delle Oche


La scrittura di sé come cura

memorie del disagio


il libro Die Katastrophe. Diario di una mente inquieta (Terre di mezzo) di Sabrina Perla,

presentato da Duccio Demetrio, Anna Iuso

Andrea Tagliasacchi, Presidente Fondazione Mario Tobino



  Giugno 2003 - giugno 2008. Cinque anni in cui succede di tutto. Sabrina, trentatreenne nata a Monaco di Baviera e cresciuta in un paesino della Calabria, si sente sola, incompresa, chiede aiuto ma non riceve risposte adeguate. È sicura che tutto il mondo le stia contro. Quando non riesce più a sostenere la pressione esplode: ferisce la sua psicoterapeuta e viene rinchiusa in un ospedale psichiatrico giudiziario. Resistere in quel contesto è una prova durissima. Sabrina scrive per sfogarsi e per non perdere la memoria di quello che le sta capitando e di come ha fatto ad arrivare lì, tra quelle sbarre fisiche e mentali. Die Katastrophe avvolge il lettore nelle sue spire aprendogli le porte di uno degli ospedali psichiatrici giudiziari più famosi d'Italia, quello di Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova, quello delle tante madri assassine.



Il diario di Sabina Perla, intitolato "Die Katastrophe" attraversa il mondo manicomiale con una forte tensione e lo descrive in maniera critica e assai vivace. Leggiamo finalmente uno sguardo dal di dentro sui manicomi italiani e sulla burocrazia statale della devianza e del disagio dopo la legge Basaglia. La storia di questa donna che vive con grande sofferenza la sua vita, senza sapere perché, trascinata di crisi in crisi senza che nessuno sappia intercettare il suo dolore, ha un valore esemplare per il nostro paese. Sono tremende e straordinarie le pagine dei suicidi mancati. Sabrina ha uno sguardo lucido sugli altri e su se stessa, una amarezza forse inguaribile, una rabbia che merita di essere letta e ascoltata. 


[dalla motivazione della Giuria Nazionale]

vedi la scheda 


sarà presente l'autrice, vincitrice del Premio Pieve 2009 




sabato 11 settembre dalle ore 16,30

merenda sul prato

Colledestro


Merenda sul prato

al suono della fisarmonica

a cura di Grazia Cappelletti

e del Ristorante il Moro




la commissione di lettura incontra

i finalisti del Premio Pieve


saranno presenti i finalisti

Fabio Guindani per Sylvana Baragiola

Maddalena Treccani per Magda Ceccarelli

Carlo Hendel

Giorgo Marchiani e Zoltán Goda

Nicolino Marras

Grazia Marchesini per Dario Poppi

Kemal Subasciaki

Serenella Tartarini per Manilio Tartarini




Consegna dei Premi speciali ai diaristi


Premio speciale della Commissione di lettura

al diario di Maurizio Pincherle


Premio per il miglior manoscritto originale ex aequo a

Giorgio Bongiorno Sempre pazzo per te

Giorgio Marchiani e Zoltán Goda Spero che noi saremo amici buoni



sarà attivo un servizio navetta





sabato 12 settembre ore 18,30

european memories

Tempietto del Colledestro 


Premiazione del concorso

Raccontare l'Europa


Francesco Florenzano, Andrea Ciantar e Marco Camaiti

incontrano i finalisti del concorso europeo




“Il progetto European Memories è lieto di invitare abitanti dell’Europa, di ogni età e origine culturale a partecipare alla II edizione del concorso ‘Raccontare l’Europa!’. Attraverso questa iniziativa vogliamo contribuire a rendere visibili le migliaia di esperienze e i mille volti che compongono la nostra Europa...”. Era questo l’incipit dell’annuncio con il quale il premio “Raccontare l’Europa!” invitava cittadini e abitanti dell’Europa a narrare le loro storie. A questa seconda edizione del concorso rispondono in molti: sono circa quattrocento le storie selezionate, prima a livello nazionale e poi affidate a una giuria europea composta da membri dei paesi partecipanti al progetto. La giuria ha scelto un vincitore per ciascuna delle tre aree tematiche inserite nel progetto, ma ha anche voluto sottolineare che ogni racconto rappresenta un contributo di conoscenza unico e importante. Oltre ai tre vincitori la giuria ha selezionato anche sette “premi speciali”, in quanto particolarmente significativi per le tematiche del premio. Per il tema “Percorsi attraverso l’Europa attraverso la diversità” è risultata vincitrice l’opera Nicht so Böse, di Leif Dræby. È il racconto di un viaggio fatto pochi anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale da un ragazzo che insieme alla sua famiglia visita molti paesi europei teatro del conflitto. Non sapevo cosa quegli occhi avevano visto in tutto questo tempo. Ma all’improvviso mi resi conto che era stato in guerra, e che forse aveva perso la sua casa, forse la sua famiglia, di certo una gamba. A dispetto di ciò nei suoi occhi c’era solo amabilità quando mi ripeté con fare cordiale: Nicht so böse (non così cattivo…).


Per il tema “Esperienze di appartenenza all’Europa” è risultata vincitrice la narrazione A story of a life between two colours di Jose Prieto. La storia ci porta nella Spagna di Franco. Con un racconto familiare molto personale e suggestivo, la figlia Jose svela la vita dei suoi genitori, due persone di opposto credo politico, che nelle loro differenze, si innamorano e riescono a creare una famiglia. La loro vicenda ci ricorda che l’Europa della democrazia è frutto di lotte e conquiste passate, ma è anche forse - a suo modo - segno e metafora di una Europa “unita nella diversità”.


Per il tema “Un’altra Europa è possibile, work in progress” è risultata vincitrice la videonarrazione The darkness was gone di Nikolay Tsonev. Il video è la storia dell’elettrificazione di un piccolo villaggio in Bulgaria. Il racconto per immagini ci ricorda che i molti miglioramenti - non solo materiali - di cui beneficiamo oggi, sono il frutto di condivisione, di sforzi compiuti da generazioni precedenti; una storia che incoraggia a recuperare socialità e condivisione per il raggiungimento di un obiettivo comune.






sabato 12 settembre ore 21,30

il teatro della memoria

Campo alla Fiera 


Del sesso della donna come campo di battaglia nella guerra in Bosnia

compagnia Teatro dell'Argine


uno spettacolo di Matéi Visniec

regia di Nicola Bonazzi

con Micaela Casalboni e Giulia Franzaresi




Un titolo arduo ed enigmatico per una vicenda semplice ed emozionante, che ci riporta al cuore della nostra modernità lacerata. Due donne, Kate e Dorra, si confrontano sul tragico destino di sopraffazione toccato a quest’ultima. Lo scenario è quello della guerra nella ex Jugoslavia. Kate, una psicologa americana chiamata a sostenere i militari impegnati nella riapertura delle fosse comuni, si occupa ora di Dorra, una giovane donna che ha subito violenza in un’azione di rappresaglia. Nell’anodina tranquillità di una clinica svizzera, Dorra, dopo silenzi ostinati e furiosi, ripercorre le ragioni dell’odio secolare di cui è stata vittima, mentre Kate annota i progressi della sua condizione, integrandoli con osservazioni teoriche sulle pulsioni di aggressività verso la donna nelle guerre interetniche. Quando la volontà di annientamento di Dorra sembra prevalere, un evento inatteso riapre la porta alla speranza. Matéi Visniec, uno dei maggiori drammaturghi europei, rilegge la violenza delle guerre balcaniche alla luce di una sensibilità acuta e penetrante, alternando riflessione e rappresentazione, e delineando due indimenticabili figure di donna alle prese con un dramma irriducibile, in un teatro della parola che riesce a dare evidenza fisica al dolore e allo strazio di ogni guerra.


Matéi Visniec (Radauti, 1956) è considerato uno degli autori più significativi della drammaturgia europea contemporanea. La sua opera testimonia da subito una tensione ideale, una resistenza culturale e politica contro la manipolazione ideologica. Dal 1977 comincia a scrivere anche pièces teatrali, che circolano diffusamente nell’ambiente letterario rumeno, sebbene ne venga vietata la messa in scena. Nel 1987 abbandona la Romania per trasferirsi in Francia, dove chiede asilo politico. Da questo momento comincia a scrivere in francese e lavora come giornalista per “Radio France Internationale”. Visniec oggi è noto in numerosi Paesi, specialmente in Francia, dove sono stati pubblicati circa una ventina di suoi lavori. In Romania, dopo la caduta del regime comunista è diventato uno degli autori più celebri. 





domenica 12 settembre ore 9,30

leggere e scrivere diari

Piazzetta delle Oche


La Commissione di lettura 

incontra i diaristi della Lista d'onore



Maria Caroccia

scelta da Valeria Landucci


Lucia Cosmetico

scelta da Riccardo Pieracci e Giada Poggini


Pietro David

scelto da Gabriella Giannini, Adriana Gigli e Vera Gustinelli


Giorgio De Marchi

scelto da Silvia Bragagni


Simona Giannangeli

scelta da Ivana Del Siena


Giovanna Palagi

scelta da Marco Camaiti e Patrizia Dindelli


Roberto Taurino

scelto da Natalia Cangi


Anna Ventura

scelta da Silvia Bertocci






coordina Natalia Cangi


interventi musicali Pieve Jazz Big Band


letture di Andrea Biagiotti e Grazia Cappelletti



saranno presenti i rappresentanti di 

European memories



segue pranzo folcloristico a inviti 

a cura del cuoco Alessio Cipriani





domenica 12 settembre ore 16,00

memorie in piazza

Piazza Plinio Pellegrini 



otto racconti autobiografici

manifestazione conclusiva

del 26° Premio Pieve


Guido Barbieri 

incontra i finalisti 2010


Fabio Guindani per Sylvana Baragiola

Maddalena Treccani per Magda Ceccarelli

Carlo Hendel

Giorgo Marchiani e Zoltán Goda

Nicolino Marras

Grazia Marchesini per Dario Poppi

Kemal Subasciaki

Serenella Tartarini per Manilio Tartarini




ospite d’onore Mario Dondero 

che riceverà da Saverio Tutino il

Premio Città del diario 2009


letture di 

Mario Perrotta e Paola Roscioli

con le musiche dal vivo

di Enrico Arias e Maurizio Pellizzari 


regia di Guido Barbieri





la manifestazione sarà trasmessa da Radiotre 


in agosto e settembre, le storie finaliste 

saranno raccontate alla radio da Guido Barbieri (Radiotre Suite)



tutti gli appuntamenti del programma sono a ingresso libero



nella settimana del Premio Pieve sarà aperta una libreria che metterà in vendita le pubblicazioni dell’Archivio con offerte speciali riservate al pubblico del premio


LE NOSTRE ULTIME PUBBICAZIONI






otto racconti autobiografici





Sylvana Baragiola     

"Retrovisione di una vita" 

autobiografia 1928-1992

Il fallimento dell’Istituto Internazionale di Riva San Vitale, fondato dai Baragiola, intellettuali comaschi patrioti fuoriusciti nel 1848, è causa, dopo la Grande Guerra, della separazione della famiglia di Sylvana: il padre, a Losanna, dove muore improvvisamente qualche anno più tardi, la madre con le tre figlie ospitate dai nonni e dagli zii materni, proprietari di due alberghi lussuosi a Lugano. Sylvana, vive a contatto con l’alta borghesia svizzera ed europea, studia in Inghilterra e in Germania: A Stoccarda, nel raffinato ambiente di Rolf, cominciai a desiderare appassionatamente di entrare nel mondo dei privilegiati. Non che fino ad allora avessi dovuto far grandi rinunce: mia madre, poveretta, faceva acrobazie per pagarci gli studi e per vestirci decentemente. Privilegiata in un certo senso lo ero, di poter vivere in quel bell’albergo con una piscina ed un tennis a disposizione, servita, nutrita con cibi raffinati; sarei stata un’ingrata a lamentarmi. Ma era come... non so, come se vivessi da spettatrice, come qualcosa di provvisorio, ed inconsciamente sapevo che tutto sarebbe stato presto finito, che terminata la mia istruzione avrei dovuto rimboccare le maniche e lavorare. Dopo il diploma commerciale, vorrebbe iscriversi all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico a Roma, ma lo scoppio della Seconda guerra mondiale non le permette di varcare il confine e di intraprendere la carriera da attrice. Ormai svanito questo sogno, Sylvana, pur essendo bella e corteggiata da molti spasimanti, accetta la proposta di matrimonio di un giovane borghese, lontano da quel mondo intellettuale e aristocratico tanto sospirato. Queste scelte, in parte obbligate dagli eventi e dalla famiglia, rappresentano una sorta di tradimento delle sue aspettative: fallita nell’arte, nell’amore, nel matrimonio. Non riuscii a diventare né una scrittrice, né un’attrice, né una moglie, né una donna di casa. L’unica cosa bella che seppi fare furono i miei figli. Attraverso la nascita e la crescita dei suoi tre figli, il difficile rapporto con la madre e con il marito, i lutti e i nuovi incontri, i piccoli incarichi alla Radio Svizzera Italiana e gli eventi di cronaca che colpiscono la sua famiglia, Sylvana ripercorre la storia della sua vita seguendo la traccia dei suoi diari, tra amori rimpianti e nuove illusioni, sempre sospesa tra una vita idilliaca e una reale, fatta di sacrifici e rinunce. 

leggi l'inizio del testo 




Magda Ceccarelli

"Giornale del tempo di guerra" 

diario 1940-1945

Magda nasce a San Gimignano da una famiglia di artigiani del ferro e, grazie a una grande determinazione che le fa affrontare molti sacrifici, riesce a compiere gli studi superiori. Dopo il matrimonio con il pittore Raffaele De Grada, dal quale ha due figli, si trasferisce prima a Zurigo, poi a Firenze e infine a Milano dove, durante la Seconda guerra mondiale, diviene una militante antifascista e partecipa come volontaria al movimento di liberazione. Una vita ad alti livelli tra frequentazioni di artisti di spessore, uomini di legge e letterati mandati al confino, esiliati, detenuti, deportati. Cinque anni di vita, a partire dall'entrata in guerra dell'Italia, confidati a preziosi quaderni, a volte stracciati e a volte nascosti, ben celati alla polizia segreta. Pagine di diario in cui si rivela nel ruolo di moglie rispettosa alle prese con i silenzi del marito, il suo estro di pittore emarginato dal regime, di madre orgogliosa tormentata per la sorte dei suoi figli: il figlio, membro attivo della resistenza, vive l'esperienza dell'arresto e della detenzione e la figlia Lidia, quella dell'esilio. Un periodo tormentato e appassionato, segnato da incombenze domestiche e da eventi bellici, da spostamenti e da bombardamenti. Lettrice attenta di eventi nazionali ed internazionali, è una testimone delle atrocità della guerra e, come tante altre donne, una delle protagoniste della resistenza civile e quotidiana: e ancora vite umane, colpevoli e innocenti, giovani vite, freschi volti di creature fatte per la gioia e l’amore, soccombono, cessa il battito dei loro polsi. Le braccia sono ancora calde dell’ultimo abbraccio, hanno lasciato gli aereoporti o gli scali di nottetempo, hanno forse lasciato qualche ora prima una donna. Hanno indossato il vestito che sarà forse l’ultimo. [...] Tutto questo non ha senso se non è per un fine ben alto e assoluto: la libertà vera dei popoli. Magda analizza con lucidità i segnali del cambiamento di una società che, dopo la caduta del fascismo, sta lentamente prendendo coscienza del valore della libertà e della democrazia. Il diario si conclude proprio il primo giorno di libertà: è finita. La casa si muove, la vecchia casa di via Omboni, gli assenti tornano nel pensiero, i morti son qui. È bello vivere e sopratutto aver vissuto così. Aver portato un piccolo contributo, un sacrificio di lacrime e d’azione. Aver aiutato a vincere. Essere stati nel vero. Sempre, senza confusioni, senza incertezze, senza pentimenti. Aver visto chiaramente la strada e averla seguita. Essere stati onesti nella nostra fede. Lascio che i ragazzi bivacchino e mi addormento. È la prima notte di pace. 

leggi l'inizio del testo 




Carlo Hendel 

"Con gli alpini in Russia. Inverno 1942-1943" 

diario-memoria

Il 14 ottobre del 1942 dalla piccola stazione di Cavalese in provincia di Trento, Carlo, è arruolato come ufficiale nella gloriosa “Tridentina”, sale sul treno che lo condurrà in Russia sul fronte del Don. Nelle lettere alla famiglia e all’amata, chiamata affettuosamente “Fiorellino”, fa intendere che la guerra sarà breve e che spera di tornare presto a casa per riabbracciarla. Nei primi giorni di novembre sono accampati a Podgornoje, accolti dai contadini con la massima cordialità: sono buona gente, ospitali e chiacchieroni. E una cosa che desta stupore in noi, è come sia diffuso lo studio delle lingue e delle scienze anche nelle case più povere, lui stesso cerca di studiare un po’ di russo per comunicare con loro. Della guerra pochi segni, solo neve e freddo con temperature che scendono anche 25° gradi sotto lo zero. Il 20 novembre viene spedito “in linea di combattimento” a trecento metri dal Don. Il fronte è calmo, solo qualche colpo di mortaio, i russi stanno in attesa.

Nel frattempo a Podgornoje scoppia una epidemia di bombardite! Tutti giorni i velivoli russi la tempestano di bombe. I russi attaccano con successo gli ungheresi a 50 km a sinistra degli italiani, mesi di assalti e di lutti, che il 18 gennaio del ‘43 culminano con il vero dramma umano: il ripiegamento e il peggior nemico, il gelo. Arriva l’ordine di prepararsi alla ritirata e di disfarsi dei bagagli e dei pezzi più pesanti. Inizia la tragica marcia verso Sud complicata dagli attacchi dei russi e dei partigiani: Italiani, tedeschi, ungheresi formavano una colonna interminabile in cui i reparti organici si perdevano continuamente. Si cominciavano a vedere i primi morti lungo il nostro cammino; buttati nella neve nelle posture più assurde, con braccia in alto, gambe che calciavano l’aria, occhi stravolti e il viso color cera. Ferite orribili, visceri e cervelli sugli abiti in disordine. E noi camminavamo pesantemente sulla neve alta, secca come la sabbia del deserto. Carlo, ferito a Nikolajewka, viene accolto su una slitta e, durante il viaggio, si ferma la notte in cerca di cibo e riparo nelle isbe dei contadini che offrono ospitalità mantenedosi all’erta per timore delle imboscate russe. Nel febbraio ‘43 il difficile rientro in Italia.

leggi l'inizio del testo 




Giorgio Marchiani e Zoltán Goda 

"Spero che noi saremo amici buoni" 

epistolario 1948-1998

Scusatemi se io vi molestassi con la mia lettera. Sono uno scolaro ungherese della VII classe di ginnasio. Studiando la lingua italiana vorrei d'iniziare una corrispondenza con uno scolaro italiano, con questa richiesta, inviata nel 1948 al preside di una scuola media di Firenze, ha inizio un epistolario e un'amicizia, che durerà tutta la vita, tra due giovani di paesi e culture diverse. All'appello di Zoltán, studente ungherese di diciassette anni, risponde Giorgio, geometra ventenne di Firenze. Giorgio con molto entusiasmo e con toni subito familiari inizia a scrivere in modo chiaro, per consentire al suo corrispondente di migliorare l'uso della lingua: mi devi permettere di indicarti, (ogni volta che scrivo), gli errori fatti nelle tue lettere. Una corrispondenza che accompagna nel periodo 1948-1998, la crescita dell'ingegner Goda e dell'architetto Marchiani.

Nelle lettere le velleità e i sogni della gioventù di due giovani universitari che descrivono i loro paesi usciti dalle rovine della guerra Al di sopra della politica, sugli odi, sulle fazioni, sui rancori, ancora nelle brutture di un dopoguerra terribile domini la pace, la serenità fra i popoli europei, l'amore alla nostra madre comune Europa, la volontà di collaborare lealmente, da veri fratelli, per la ricostruzione materiale e spirituale delle nostre patrie, ma anche le realizzazioni in ambito familiare e lavorativo della maturità, i rimpianti e il trascorrere del tempo, il vuoto del lutto, la fatica di continuare a vivere da un lato, la gioia di veder crescere i nipoti dall'altro. La corposità delle lettere si assottiglia negli anni bui vissuti dall'Ungheria, e riprende con vigore dal 1957. La possibilità del primo incontro arriva nel 1968, con una breve visita della famiglia di Zoltán nella città di Firenze. Nel tempo, pochi incontri di persona, tutti in Italia. Lontani geograficamente ma vicini spiritualmente, si incoraggiano nei momenti di gioia e si sostengono in quelli di forte dolore, lettere che si fanno sempre più profonde e personali e, per Giorgio, sempre più tristi e malinconiche dopo che, il 30 dicembre 1992, muore la moglie Clara, l’amore di una vita: le parole più belle, più sincere, più affettuose le ho ricevute da voi. Due esistenze raccontate in parallelo, a mille chilometri di distanza, che scorrono in simbiosi e si ritrovano ancora oggi, confortati dall'affetto di figli e nipoti e dal ricordo di un legame che rimarrà per entrambi eterno.

leggi l'inizio del testo 




Nicolino Marras

"Fuggire senza meta" 

autobiografia 1938-2000

L’infanzia a Bulzi, un piccolo paese del sassarese, segnata dagli stenti e dal dolore legato alla prematura morte della giovane madre e della sorella maggiore, da un padre severo e oppressivo, troppo spesso ubriaco. Un’infanzia con pochi momenti felici e tanta solitudine. Appena diciottenne, decide di emigrare in Toscana, dove trova lavoro come bracciante. Nel 1959 parte per il servizio di leva prima a Falconara Marittima, in provincia di Ancona, poi a Ferrara, la sera prima della partenza si usava recarsi a salutare tutti parenti, il Prete e il Sindaco, questo si ripeteva ogni qualvolta che si veniva in permesso o in licenza. Dopo il congedo militare, il difficile rapporto con il padre, spinge Nicolino ad abbandonare nuovamente la Sardegna per una nuova meta: il Piemonte. Qui si impiega come turnista in un cementificio, e incontra Giuliana, una coetanea più giovane di quarantaquattro giorni, che sposa nel 1964 e dalla quale ha due figlie: ricordo quando mi recai per invitarla a ballare non so come avrò fatto nottarla in mezzo ad altre tante fanciulle, perché è piutosto minuta. Fin dal primo ballo si scambiò qualche parola. Ritornai a coinvolgerla a ballare, lei, acconsentiva con piacere, così si fece coppia fissa per l’intera serata. Mi colpì e venni attrato da questa fanciulla un po minuta, carina, dolce e nello stesso tempo un po delicata. La gioia di aver trovato nella famiglia della moglie e nelle figlie momenti di serenità, si alterna a un sempre più marcato disagio interiore, dovuto ai turni di lavoro e ai segni lasciati dall’infanzia, un disagio che lo porta a cambiare nuovamente occupazione: diventa collaboratore scolastico prima ad Alessandria poi, nel 1975, in provincia di Sassari, in Sardegna. Il ritorno nella sua terra d’origine lascia svanire le speranze di ritrovare la spensieratezza giovanile e di rinsaldare i legami con la comunità locale e, soprattutto, con il padre e con i fratelli. Nicolino diviene consapevole che le cose passate non ritornano, oppure, non si vivono come prima, ci sono stati dei distacchi, dei silenzi, si è diventati maturi con esperienze diverse, sono subbentrati altri tipi d’impegni e altri problemi. La ricerca di un equilibrio e della serenità lo porta a viaggiare ancora: lascia di nuovo la Sardegna, ritorna dopo alcuni anni fino a che decide di stabilirsi definitivamente in Piemonte alla ricerca della sua oasi di felicità. 

leggi l'inizio del testo 




Dario Poppi

"Il Ras del Monte Gialo" 

diario 1941-1945

L'esperienza africana di un ceramista faentino nelle pagine di uno scanzonato e avventuroso diario. Anno 1941 Monte Gialo, Etiopia. Dario è l'intrepido direttore di una segheria legata all'impero. Quando da Asba Littorio i militari - ad eccezione del Commissario Civile - si ritirano, decide di restare da solo a presidiare la segheria organizzandone la difesa con armi e fortificazioni occasionali. Per ingraziarsi gli indigeni, diventa un “ricercato” guaritore di piaghe croniche due specialità mi han fatto molta reclame come medico: un disinfettante color rosso vivo, in soluzione, preparatomi dal medico di Asba e di cui ho fatta una buona scorta; il collirio e gli impacchi di acido borico agli occhi gonfi e chiusi. Nonostante la difficoltà di gestire gli ascari di colore dei battaglioni disciolti, non fugge, così come è inamovibile quando arriva il nuovo presidio di inglesi ed etiopi: Mah! Sento che la “Repubblica del Gialo” non avrà più vita lunga, tra inglesi ed abissini figurarsi se mi lasciano qui! Ma la bandiera è lì ancora ed io non la levo. Pende malinconicamente intrisa d’acqua sotto questa pioggia continua, sembra affranta per quanto ci sta succedendo. Del Gialo è proprietaria la giovane principessa Zannabec, cresciuta in esilio dagli inglesi, educata ad odiare gli italiani, e sposa per questioni di interesse politico, ad un Ministro del Negus; con lei Dario ha una romantica, ma troppo breve storia d'amore. Scoperto il legame svanisce ogni possibilità di controllare la segheria. Dopo trecento giorni di devastante solitudine, nel maggio del '42 viene portato nel campo di concentramento di Mandara in Somalia. Imbarcato per il Kenia, patisce il caldo e soffre il pessimo rancio prima di venire impiegato come prigioniero civile presso la Compagnia Italiana Trasporti Africa Orientale in qualità di verniciatore. Abile nella lavorazione della ceramica, impianta una fabbrica di manufatti con un socio disonesto e senza scrupoli che porta l'attività in rovina. Determinato ricomincia da zero. Con il nome d'arte di “Pippo Doria” entra nel mondo del teatro di prosa, nella compagnia di Nella Poli ma, in un momento di crisi del settore, si vede costretto a lasciare le scene. Poi, per acclamazione, il ritorno, nel varietà: Il pubblico che aveva trattenuto il respiro scatta in un poderoso applauso. La stampa dirà poi che ho fatta una morte da “attore consumato”. Anche Pina è stata consacrata “Ottima attrice” e che noi due insieme formiamo una coppia veramente artistica. Nel '45 abbandonate nuovamente le scene, si impegna nella produzione di ceramica, incaricato dal Ministro dell'industria e del commercio dell'Etiopia per conto dell'imperatore Hailé Selassié. 

leggi l'inizio del testo 




Kemal Subasciaki

"Saponificio Gazzella" 

autobiografia 1936-1998

Kemal nasce nel 1936 a Bengasi da madre italiana e da padre turco. Il nonno paterno Hassan Bey è un noto commerciante, che nel 1898, trasferisce la propria attività in Libia, all’epoca parte dell’Impero ottomano. Un’esistenza segnata dall’odio razziale e dal fanatismo religioso e politico, ma anche da difficoltà di inserimento che si fanno sentire sin dai primi anni di vita: con mio fratello avevamo cercato di integrarci, ma fin dai primi approcci [...], ci rendemmo conto che eravamo considerati degli ibridi indesiderati e non conoscendo le usanze locali e parlando poco l’arabo, non avevamo molto in comune da dividere. Kemal trascorre l’infazia in Etiopia, dove è testimone di eccidi e violenze da parte di bande di ladri, xenofobi locali, e dove riesce fortunosamente a sfuggire a un tentato rapimento. Nel 1946, tutti gli italiani e tutti coloro che hanno attività commerciali e rapporti con ditte italiane, ricevono l’ordine di espulsione dall’Etiopia e l’immediato sequestro dei beni, il padre di Kemal trasferisce la famiglia in Eritrea, e poi forzatamente a Tripoli, dopo un lungo e faticoso viaggio, pieno di imprevisti, a bordo di una Fiat Balilla del 1937. In Libia il padre riesce a impiantare una fabbrica di sapone, incurante delle difficoltà finanziarie, della burocrazia locale, delle calamità naturali e umane che si abbattono sul benessere portato alla sua famiglia dal saponificio. Per noi gli anni cinquanta furono anni di sacrifici e di scarse soddisfazioni, avendo dovuto ricominciare dall’anno zero, in un paese in cui ci sentivamo degli estranei. Kemal con caparbietà diventa egli stesso imprenditore, sfidando arretratezze culturali e politiche. Anni segnati dalla separazione dei genitori e dalla loro morte, dal voltafaccia del fratello minore, dal tradimento di pseudo-amici e pseudo-soci, e dalla sua tenacia nel tentare più volte di far decollare la sua impresa. Tre mesi dopo il completamento della nuova fabbrica, fu di prammatica la festa con gli amici per inaugurare l’apertura ufficiale del Saponificio Gazzella; il quinto dal nostro arrivo dall’Eritrea. Il matrimonio con Catherine e la nascita delle due figlie gli danno la convinzione di poter superare ogni difficoltà, il benessere raggiunto viene vanificato con la salita al potere di Gheddafi, con la depauperazione del paese in nome dell’uguaglianza sociale e con il fanatismo politico e religioso. Una nuova serie di difficoltà burocratiche, alle quali si aggiunge uno stato di salute precaria, fanno da preludio nel 1987, al definitivo abbandono del suolo africano. Dopo anni la resa, e il futuro in Scozia, inseme all’adorata famiglia. 

leggi l'inizio del testo 




Manilio Tartarini 

"In bicicletta fino a fabro" 

diario 1943-1944

Nell'ottobre del 1943, a Calcinaia, in provincia di Pisa, un segretario comunale vive nell'incertezza del domani e soffre la solitudine per la lontananza dell'adorata moglie Adriana e dei tre figli, affidati ai parenti, nella più sicura campagna umbra a Fabro: io mi sono dato alla lettura dei romanzi. Triste e ingenuo sollazzo di chi sa di essere condannato a morte ed attende il turno per la fucilazione. Il Paese è allo sbando, le truppe tedesche spargono il terrore ovunque e il piccolo centro toscano è invaso da soldati che saccheggiano le trattorie e le poche case rimaste in piedi dopo i bombardamenti. La popolazione soffre la fame e il lavoro di Manilio, vista la paralisi del settore amministrativo, è rivolto alla distribuzione dei viveri, spesso insufficienti per soddisfare le esigenze degli abitanti: la gente non ha torto a far risalire a me la responsabilità di questa criticissima situazione alimentare, perché sono sempre io alla ribalta. L'atteggiamento del Podestà, indifferente e insofferente alle lamentele dei cittadini, prepotente e autoritario nei confronti del personale comunale, fa crescere in Manilio il desiderio di ribellarsi e scappare. Nel diario annota anche i suoi pensieri di uomo onesto, le angherie dei fascisti della Repubblica di Salò, le pressioni ricevute affinchè si iscriva al nuovo partito repubblichino. In quei giorni arrivano le cartoline precetto. Con la scorta degli elenchi degli iscritti al vecchio ed al nuovo partito fascista è facile individuare coloro che non hanno chiesto l'iscrizione a quello repubblicano. Questi ultimi sono chiamati alle armi o vengono addirittura deportati in Germania. I casi sono semplicemente due: o suicidarsi o morire ammazzati; procedura diversa con lo stesso risultato. Io avevo fermamente deciso di non iscrivermi ad alcun partito. Con il passare del tempo aumentano le preoccupazioni per una guerra che non finisce, e per la sua sorte lavorativa. Il Partito crede di poter disporre a suo piacimento del Comune, degli impiegati e degli Amministratori. In un clima ostile riesce a ottenere giorni di permesso per un visita ai familiari, che raggiunge in bicicletta, poiché le strade e le ferrovie sono bombardate e impraticabili. Un trasferimento di sede lo attende al ritorno, mentre lo sbarco degli alleati e l'ingresso a Roma fanno ben sperare per la fine del conflitto 

leggi l'inizio del testo 




premi speciali 



Premio speciale “Giuseppe Bartolomei” 

attribuito dalla Commissione di Lettura 


Maurizio Pincherle

Il cuore taccia

nato a Pavia nel 1879, morto nel 1949

diario 1938-1948


Il 2 settembre del 1938, Maurizio Pincherle, ordinario di Clinica pediatrica all'Università di Bologna, inizia ad annotare in un diario gli avvenimenti della sua famiglia. Il figlio Leo, una delle menti migliori della Fisica del tempo, viene sospeso dall'insegnamento e di lì a poco lui stesso è espulso dall'Albo dei medici e costretto a lasciare la cattedra a seguito dell'entrata in vigore della legislazione antisemita per "la difesa della razza". Alla privazione di qualsiasi diritto civile, fa eco la minaccia di rappresaglie e la paura di essere deportati o trucidati. Nel settembre del '43, la famiglia Pincherle abbandona Bologna, inizia un periodo di fuga scandito dalla ricerca affannosa di rifugi che diventano sempre più precari, dal pericolo di girare con documenti falsi, dal timore delle spiate, dalla necessità di procurarsi adeguati mezzi di sostentamento, mentre il figlio Mario si unisce ai partigiani sui monti del Sassoferrato. Nell'agosto '45 il rientro a Bologna, ma dovrà attendere altri quattro mesi per essere riammesso alla professione medica, con un ruolo marginale in quella che era stata la sua clinica, privato dei suoi assistenti e della sua scuola. 



Premio ex aequo per il miglior manoscritto originale 

attribuito dall'Archivio Diaristico 



Giorgio Bongiorno

Sempre pazzo per te

nato a Modica (Ragusa) nel 1897, morto nel 1971

epistolario-diario 1941-1945

L’amore del capitano Bongiorno per la moglie, la “diletta e adorata Iole”, emerge con intensità unica dalle lettere che le scrive da Bombay, dove è stato deportato in un campo di prigionia. Cinque anni di vita segnati dalle privazioni, dalla scarsità di notizie da casa e dalle continue richieste di rimpatrio, trovano sollievo nella scrittura: la domenica, con la puntualità che è la sola condizione per alleviare il dolore, Giorgio affida se stesso, con le preoccupazioni per Iole e i sette figli, le raccomandazioni, gli aggiornamenti sulla sua situazione, la rabbia per la lentezza del servizio postale e l’indifferenza delle istituzioni, a pagine che prendono e donano vita. Un calvario che si conclude alla fine del 1945, con il rientro a casa e la consapevolezza che il “Rinnovarsi è una necessità di vita”.


[donazione di Arturo Bongiorno]



Giorgio Marchiani e Zoltán Goda, già finalisti

Spero che noi saremo amici buoni

[donazione degli autori]









crediti 



ARCHIVIO DIARISTICO 


presidente

Albano Bragagni


vice presidente

Grazia Cappelletti


direttore culturale 

Saverio Tutino


direttore scientifico

Camillo Brezzi


direttrice organizzativa 

Natalia Cangi



PREMIO PIEVE 


Giuria Nazionale

Guido Barbieri, Camillo Brezzi, Natalia Cangi, Pietro Clemente, Beppe Del Colle, Gabriella D'Ina, Vittorio Dini, Antonio Gibelli, Lisa Ginzburg, Roberta Marchetti, Melania G. Mazzucco, Davide Musso, Maria Rita Parsi, Nicola Tranfaglia, Saverio Tutino (presidente)


Commissione di Lettura

Silvia Bertocci, Silvia Bragagni, Marco Camaiti, Natalia Cangi (presidente), Ivana Del Siena, Patrizia Dindelli, Gabriella Giannini, Adriana Gigli, Vera Gustinelli, Valeria Landucci, Riccardo Pieracci, Giada Poggini


ufficio stampa

Antonella Brandizzi, Riccardo Pieracci


ospitalità 

Anna Maria Leonardi, Giada Poggini


staff 

Agnese Andreini, Patrizia Baldini, Giulia Bertelletti, Silvia Bragagni, Daniela Brighigni, Luigi Burroni, Cristina Cangi, Natalia Cangi, Marco Camaiti, Laura Caterbi, Grazia Cappelletti, Sara Cipriani, Patrizia Dindelli, Gabriella Giannini, Michele Iannuzzi, Stefania Lusini, Rosa Manfredi, Lisa Marri, Silvia Marri, Filippo Massi, Fabrizio Mugelli, Stefan Schweitzer, Loretta Veri 


con la collaborazione di

Amministrazione Comunale di Pieve Santo Stefano

Comunità Montana Valtiberina Toscana





i progetti inseriti nel Premio Pieve 



EUROPEAN MEMORIES


European Memories è un progetto multilaterale che fa parte del programma LLP (Longlife Learning Program), realizzato dall’UNIEDA, Unione Italiana di Educazione degli Adulti.

Partner del progetto:

ADN - Archivio Diaristico Nazionale, Pieve Santo Stefano (Italia)

VIDA - Associação Valorização Intergeracional e Desenvolvimento Activo, Lourusa (Portogallo)

EIC - European Information Centre, Veliko Turnovo (Bulgaria)

DPU - Danmarks Pædagogisk Universitetsskole, Aarhus Universitet (Danimarca)

FDC - Fundació Privada Desenvolupament Comunitari (Spagna)

Sozial Label - Sozial.label e.v. (Germania)

Scopo del progetto è contribuire - attraverso le metodologie storiche e autobiografiche - allo sviluppo delle competenze sociali e civiche dei cittadini europei.





VOCI MIGRANTI


Il progetto Voci migranti nasce come proposta interculturale di integrazione per i migranti che vivono in Valtiberina. Anziché considerare queste persone come anonima manodopera (nell’edilizia, nei lavori di cura che svolgono le badanti, nelle professioni più disparate, spesso umili, che sono costretti a fare), si pensano come narratori di storie, grazie anche al contesto in cui vivono, che ha una forte identificazione con la memoria e la narrazione di sé.


Voci migranti nasce da un corso di formazione per progettisti organizzato da Cesvot, Uncem e Comunità Montana Valtiberina Toscana. In modo molto concreto il corso si è concluso con veri e propri progetti da realizzare nel territorio. Il gruppo dell’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano, insieme con il Gruppo Comunale Sansepolcro Altotevere Volontari di Protezione Civile, le associazioni biturgensi No-Mad e Metamultimedia, ha proposto la raccolta di memorie dei migranti attraverso le video interviste, un laboratorio teatrale, un documentario, un percorso fotografico, un blog. Il progetto “Voci migranti” è finanziato dal Cesvot e dalla Regione Toscana. 

 



ULTIMO AGGIORNAMENTO

6 agosto 2010 ore 21,00

www.archiviodiari.it/premiopieve2010.html

scarica le immagini del programma: galleria foto




scarica il programma in pdf




scarica le sintesi brevi dei finalisti in pdf








 

Newsletter

Per ricevere periodicamente tutte le nostre novità, inserite il vostro Email nel campo seguente.